Anila Hanxhari (Durazzo - Albania, 1974)



  Anila Hanxhari è nata nel 1974 a Durazzo (Albania), vive a Chieti. 
    Ha al suo attivo per la poesia le raccolte Io tu e l’anima, Assopita erba dell’Est (Noubs, 2002), Cicatrici d’acqua (Noubs, 2007 - prefazione di Giuseppe Conte), Brinidisi (in uscita); è presente nell’Antologia “Nuovissima poesia italiana” a cura di M. Cucchi e A. Riccardi, Mondadori, 2005. 
Sue poesie sono apparse su “Lo Specchio de La Stampa”. Ha vinto vari premi (tra cui il Premio Camaiore-Proposta 2002, il concorso RAI Miss Poesia 2006 e il premio Poesia nella vita 2011), è stata invitata in diverse manifestazioni letterarie (tra cui il Festival Internazionale di Poesia di San Benedetto del Tronto 2004 e il Festivaletteratura di Mantova 2006). 
   È Presidente dell’Associazione Culturale “Italfida”, con cui ha ideato e curato molte rassegne di letteratura e arte. 


POESIE

***
Pesa l’eterno quando non muoio
e il dolore tracciato a righello
ha la frivolezza della neve
io mi dissolvo per mancanza di spazio
deve nascere il prossimo martirio
a forgiare la donna
posso chiudere un occhio
e dirigere l’orchestra
ho un Dio con vista al potere
mi si parla dell’amore come un dolore
concesso per migliorarci
della fiducia che frena lo sguardo
e lo consegna allo scatto
non mi ospito quando non mi fermo
e non manco quando abito
la semplicità è la vittoria sul dubbio
è il traguardo del bene
mi rivela la luce gremita di cianfrusaglie
s’invecchia per aprire la porta alla serenità
con un cane incarnato tra le vertebra
mentre faccia a faccia assorbiamo il corpo
e imparo l’aria a più mani
quando impugno la presenza
ecco cosa servono i vitabrevi come me
quelli che nascono e muiono dalle mani
lontano dal saccheggio
brinderai i feriti brilli dallo specchio
i confini con i seni di rosari
accenderai un falò con le favole i fondali
e volerà il nero
il tarlo che vizia il cedimento
e con la morte non andrò via
cadrò in ginocchio come una radice

***
Io nascevo a singhiozzi
In una casa condivisa da ospiti
Su cento alberi
Raggiungendo la libertà senza parlarne
Con la valigia di veli a luce piatta
Malgrado il falegname degli esili
Scolpiva la dote della venere
Avevo mozziconi di farfalle
Le persiane sconfitte dai tamburi
I pezzi del mare ammucchiato fra i banchi
In un brivido a ombrello
I corvi mi hanno mangiato i piedi
Mi hanno costretta a volare
A fare orli di donna con i seni
A sfamare di latte gli angeli
E l’impasto crudo dei passi
Origliando il grido che raggela e tinge
Le maschere di lieviti dei profeti
Sull’ombelico bruciato delle cagne
L’ora che spera di durare l’amore

***
Come posso legare la tua lingua al tronco
Rimanere di fronte formica a formica
Accoppiarci con il ventre di foglie
A fare un’ombra di stagione

Come posso fermare il tuo nudo
Che sviscera sulla mia pelle
Schiodata dalla terra
Ed essere la fame che ti sfama
Mentre mi scongelo sotto la tua carne e piovo
con una nota di lattine vuote
Legate alla caviglia che stringi e converti
Per fare di me la sposa che non ami

Come posso grandinare e non perderti
In tanto rovescio di cuore e denti
assediare il tuo amore
Che non ha terra
Ma l’alba che aggrovigli nella mente e premi
Per avermi una sola volta e poi ancora
Perché tu credi nella stagione
Ma non nelle piogge nelle nevi che vomito
Quando mi fai piangere e mi sgrembi e mi sfarfalli
Per dirmi che i miei pugni sono troppi
E io il meglio che ti poteva capitare
E tu l’ultimo giorno del meglio

Fai cadere i tronchi e precedi il padre
E respiri me per spiarmi
Costruisci un figlio che cala il sipario
Dal dolore del cane che non abbaia


***
Dio, non so se morire è lo spartineve degli anni...

Se hai un occhio che sanguina Dio
e hai bisogno del pianto per purificare
il luogo della rosa
dimmi se urtare un sasso insieme sia l’amore
dimmi se l’amore è passare il tempo a rincorrerci
senza capire che il tempo e lì a tutte le ore
e noi occupati a salvare l’apparenza della neve

Dio
non so se morire
è lo spartineve degli anni
mentre libera la città
e accumula la neve sulla porta di casa
il mestolo che stacca il cuore dal faro
s’intaglia come un flauto
che sanguina gli alberi con un soffio
si scava una tomba al mare con la bocca
si rammenda di gabbiani e uomini
di lividi di fiori che mi promettono in sposa

Se intravesessi dal grembo
come assopisce il suono dell’uomo
si deve avere un luogo spoglio
se duole la foglia eppure il gelo nel nevaio
e Dio veglia per lasciarmi libera da Lui

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