G.Nava (Lecco, 1982)



Terzo dei “Figli degli anni 80” Giuseppe Nava si presenta qui con due “sentenze” e il poemetto 450 km, tutti versi spuntati da un terreno arso, percorso a piedi, con la memoria o in automobile, con uno sguardo tanto disilluso quanto onirico.
Giuseppe Nava è nato nel 1981 in provincia di Como e attualmente vive a Trieste. Laureato in Scienze della Comunicazione, oggi lavora come bibliotecario. Ha pubblicatoUn passo indietro (Lietocolle, 2008). Nel 2009 vince il premio De Palchi-Raiziss. Compare nell’antologia Il Sogno a cura del collettivo Poesiaèrivoluzione (Il ginepro, 2010). Fa parte della redazione di Bollettino ‘900. Collabora con il collettivo Scrittori Sommersi e con l’associazione culturale BraviAutori.


[sentenza 1]
in una trincea da poco occupata
di fronte alle posizioni nemiche
nascosto dietro sacchetti di terra
colpito allo scoppio di una granata
da un sasso sulla spalla o neanche
si allontanava senza permesso
il soldato cieffe da volterra
usando il fucile in suo possesso
si sparò così durante il percorso
all’indice della mano sinistra
essendo consapevole egli stesso
non essere bastante al soccorso
la scusa del dolore alla spalla
non presentando contusioni questa
è chiaro che con dolo egli volle 
così pensatamente e consciamente 
lesionarsi per lasciare il posto 
abbandonare sottrarsi a quelle 
operazioni di guerra imminenti 
e considerando la sua condotta 
di cattivo e codardo sottoposto
da spingere a colpi di moschetto
al combattimento all’avanzata
non sia usata alcuna clemenza
ma anzi che di esempio perfetto
della disciplina necessitata
sia la pena per il reato commesso
la morte con fucilazione al petto
*
[sentenza 3]
con cuor sincero e fede non finta
avanti di noi abiuri detesti
e maledichi li errori ed eresie
la falsa dottrina e delinquente
che tenevi e anco insegnasti
per vera cioè che si muova la terra
di moto diurno e che il sole sia
imobile e centro della terra
parimenti assurde proposizioni
dannose e formalmente eretiche
ché contrarie alla sacra scrittura
e acciocchè questa tua transgressione
sì perniciosa non resti impunita
ordiniamo per publico editto che
il libro de’ dialoghi sia proibito
ti condaniamo al carcere formale
e t’imponiamo che per penitenze
salutari tu dichi ad arbitrio
nostro i sette salmi penitenziali
ogni settimana per tre anni a venir
a noi riservando le indulgenze
di modificare mutar o levare
la pena e così vediamo diciamo
sentenziamo pronunziamo ordiniamo
in questo e in ogni altro meglior modo
e forma che di ragione potemo
*
450 km
quattrocentocinquanta chilometri
tra i nostri due corpi disuniti
li sudo uno a uno aggrappato
al volante pigramente lanciato
a centocinquanta verso il sole
calante che abbaglia e riverbera
vetri e lamiere sabbiate nel vento
all’altezza di Venezia o di Mestre
dove nessuna cosa si fa estrema
invertire la marcia inventare
la fuga ora o tacere per sempre
quattrocentocinquanta chilometri
insieme ai camion turchi e slavi
più sporchi via via che gira il disco
del cronotachigrafo sulla strada
che gira sempre lo stesso trentatré
vecchio tutto graffiato intaccato
gira sul piatto del quarantacinque 
la canzone di chi resta indietro
lo stesso anche col sorpasso a destra
quattrocentocinquanta chilometri
dove spicca tra tutti i teloni
l’autista della Maciste Sgomberi
grosso come un bidone con le gambe
indossa solo una salopette
sulle spalle e la schiena pelose
parte al mattino da una catapecchia
con magazzino senza recinzione
tra il terrapieno di un canale
vuoto e quello della tangenziale 
di Padova dove vive e lavora
solleva l’armadio con una mano
e con l’altra trascina il divano
quattrocentocinquanta chilometri
accendo la sigaretta numero 
cento all’uscita est di Vicenza
all’altezza di un altro mal di testa
sbirciando senza vedere nel pullman
dell’ennesima gita scolastica
alcuna cosa che muova nostalgie
quanto tutto quello che non conosco
e che pure sconosciuto mi manca
quattrocentocinquanta chilometri
sono rimasto legato col cuore
e lo stomaco e l’intestino svolti
sull’asfalto come un elastico
pronto a scattare lungo l’a-quattro
le mie frattaglie chiederò a Maciste
di sgomberare per poter tornare
almeno una volta leggero e fresco
e riassunto nelle mie estremità
senza pensare a famiglie mute
o affamate che come i cani
grattino alla mia porta la notte
senza affannarmi a rincorrere
l’eco di un richiamo destinato
a qualcun altro con più voce di me
senza guardare giù da questa corda
dove camminiamo equilibristi
in giorni qualunque senza pubblico
senza rete senza saper cadere
quattrocentocinquanta chilometri
uno per uno chiamano un nome
a ogni buca rattoppata a catrame
sopra il cupo rombare del motore
nella notte lattiginosa dove
deambulando tra i bordi dell’ombra
compare la barriera di Milano
minaccioso bastione dell’anima
quando ancora mancano le strade
più buie e più nude e la radio
non ci dice come chiudere queste
parentesi che altri hanno aperto
non sovrasta la paura che esse 
siano la nera frase principale
dei nostri fragili giorni a venire
quattrocentocinquanta chilometri
e lo vedi dagli occhi sono stanco
di ogni cosa cui vado incontro
l’aria poco onesta di montagna
i tornanti che non tornano a niente
la vitalità funesta dei sogni
di queste vallette poco profonde
sono stanco delle colpe degli altri
nel mio bagaglio fin troppo piccolo
sono stanco di morire di beghe
di noie e di mutui e di notai
sono stanco di sentire “purtroppo
è così” e sapere che purtroppo
è davvero così e quasi quasi
sono stanco anche di guidare sì
sono stanco e vorrei solo dormire
quattrocentocinquanta chilometri
consumo di benzina obsolescenza
della cinghia usura del battistrada
cicli di ingranaggi inaciditi
serie di cilindri ipocondriaci
candele depresse olii esausti
organi tesi tensioni scoperte
in queste in altre case ovunque sia
devo opporre una resistenza 
al flusso che mi vuole afflosciato
affossato nell’abiura normale
civile e matura manchevolezza
il morigerato lasciar perdere
il sonno è la pastiglia dei giusti
ma non dormirò anche se gli occhi
si spaccano i capelli bruciano
sui mozziconi sui filamenti
delle lampadine incandescenti
scribacchiando queste nere tessere
queste quattro parole messe in fila
per la veglia per la soglia del senso
perduto perché non devo ma voglio
anche se un racconto non conta niente
anche se una poesia non cambia nulla
perché ancora più che ogni morte
l’oblio è la grande sconfitta in tutto

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