Giuseppe Nava (Lecco, 1982)



Giuseppe Nava (1981), laureato in Relazioni Pubbliche e Pubblicità, vive in provincia di Como dove lavora come bibliotecario. Collabora alla rivista letteraria on line "Bollettino ‘900".


“Si tratta di un lavoro che parte dalla coscienza della difficoltà (impossibilità?) di creare qualcosa che non sia debitore di chi "è venuto prima". Ovviamente non è una cosa nuova, ma in me questa coscienza ha influito sulla scelta di una forma ambigua quale la prosa poetica.
Ambigua perché non sa essere poesia fino in fondo, non sa decidersi, si fa immagine di un equilibrio precario. Un timore dell'espressione che spiega anche il "passo indietro" del titolo: la paura di affermarsi per ciò che si è realmente, o perlomeno per ciò che si vorrebbe essere.”
                                                                                            L'autore

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POESIE

Mattino

Neppure il sogno è scevro dall'inquietudine di fatti senza ragione, di baci senza sostanza. La notte si srotola lenta come un nastro nero. A ogni scatto la lancetta mutila un altro minuto, in un'inarrestabile emorragia di tempo.
Tra poco, con una lievissima vertigine, passeremo da questo smarrimento all'altro. Torneremo alla vita: di nuovo il sale del sudore, il peso del corpo appiccicoso della placenta not­turna, una inutile frenesia di organi richiamati all'ordine.
Certamente saremo confusi.


Novembre

Ci sono sogni che strisciano in parcheggi vuoti, dove l'asfal­to scurito dall'umidità ha l'odore di domeniche passate a cercare propositi svuotati sulla plastica gialla e azzurra delle campane del vetro. Dove andiamo, cosa facciamo? La no­stra gloria si suona a festa con campane di vetro. Il freddo scende a velluto nei polmoni, e quando svapora dalla pelle sotto la lieve consolazione di una doccia calda, ha l'odore della cenere.

Estensione delle ombre

Indugiare in questi ricordi è come spandere i pastelli sul foglio: il disagio si allarga, e si attacca meglio alla carta. Succede quando certi odori di stanze e di vestiti, di parole e di persone, si trasformano in fitte di angoscia, robuste pre­senze nei pensieri di contro alla vaghezza dei sensi.
Scampoli e momenti assumono il peso di millenni, i fossili tornano alla vita per pochi violenti istanti: la sconcertante banalità del mio volto sociale, e il tuo imbarazzo; la mia cecità, il mio non vedere lunghe ombre calare rapide su di noi; la lentezza demente del mio pensiero; e un lungo vuoto accondiscendente, sempre.


Respirando

Gioco col respiro:
lo porto a ritmo con la notte
di questa casa, cerco sincronia
con il sonno degli altri.
Trattengo a fondo e sento il vento
spremuto tra i canali delle vie,
l'aria che vibra tra le foglie,
lo sfiato sottile sotto la porta.
Trattengo ancora, ecco, quel ragno
nell'angolo, forse lo sento,
respira...
Respiro. Di nuovo il mio,
raffreddato, acre,
sopra l'alito impercettibile
del tempo. Per un momento,
come tante altre volte,
mi sono forse sentito vivo
- e come ogni volta,
con uno scricchiolio di coscienza
o di cuore.
Nella cuccia il cane
russa un poco, sognando ossa
da rosicchiare.

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