Mary Barbara Tolusso (Pordenone, 1967)



POESIE

Quando ti dicevo: piano piano... infilarli
sempre dalle dita, poi il pollice, il medio... poi
sistemare il polso, la prima volta infilzarli
                                                      lentamente.
Non sono i guanti ma è il gesto che decide.
Che fai cadere gli angoli
dell'aria per durata e distinzione,
che ti porti alla bocca le dita
per poi lasciarle andare
dimmi, amore, c'è qualcosa di apicale?

***
la foglia accartocciata faceva pensare
al mal bianco. bisognerebbe
eliminare le parti infette, restituire
la forma al passaggio
dei germogli. lasciare
che l'aria li renda bianchissimi.

***
dovrei piangere qui, quando accendo l'idromassaggio,
sull'ossigeno soffocato dai liquidi.
ma vedi, non immagino i morti, solo la sostanza,
la secrezione interna,
gli elementi del sangue, con imbarazzo,
i piedi stretti nella fascia bianca, vestito di tutto punto.
"Ma io non c'entro,
io non ho fatto niente...l'infarto... lo sa bene"
è troppo tardi per ricominciare,
o forse, tra qualche anno, sarò
una donna arrivata.

***
Cammino con impurità minime,
ferro ed altri elementi. Si effondeva
una luce di parole in grado
di resistere,
ma la porta era già chiusa allo spettro
delle stelle. Abbiamo aspettato.
Non sono tornati.

***
Sarà solo una questione di numeri
scissi in elementi più semplici,
meno nobili. Separare il corpo
conduttore, trattenere solo il plasma,
declinarlo al vocativo
naturale, chimicamente
ridursi all'essenziale.

***
Ma quell'inverno di vestaglie piatte
chi se lo scorda?
E la giacca azzurro mare
mica l'avevi data a tuo fratello.
Erano minuzie, la qualità
rugosa delle cose a catturarti,
a dire che una volta, in aeroplano,
mi ero vomitata addosso un po' di carne.
Per non confondere le cose
tornavo sempre, ogni fine settimana,
con quella strana voce sulle mani,
tornavo per il metro a nastro del vestitino
di Natale, per la lucciola morta nel barattolo
che avevo scelto come ospite.

***
Fuori è la calura del giorno,
soprattutto a Ponte rosso,
dove la cavalleria non esce
da un'armatura di Milano,
ageminata, lucidissima sotto la visiera.
Una slovena invade una colonna
a spirale, ha occhi di bistro e una breccia
sfatta sulla gonna. Un grand'uomo
va in pezzi, deve venire da molto in alto
come un libro che si tenga a galla.

***
Meglio liberarsi con grazia, credimi,
nella felicità casuale degli atomi.
Se ci fosse uno spazio per vincere gli oggetti,
la maglietta che ti piaceva tanto, la credenza
tutta rotta. Ma che strane
dentature ha il tempo nella bocca
mezza scema.Vedessi quello che riusciamo
a cancellare in queste
ore che sembrano tenere, buone.

***
passo di stanza in stanza
chiedendomi dove sono finiti
gli slip dell’anno scorso.
mangio uno yogurt mentre alla radio
danno l’ouverture di Bach.
tutti sappiamo più di quello che fingiamo di sapere
e vorremo vivere a Malibu con il culo al caldo.
per ora ascolto un’orchestra sinfonica
che è più di quanto si possa sperare,
intanto gli slip non si trovano.
nel giardino di fronte
la famiglia cuore
cerca i pezzi della piscina smontabile
e accende il barbecue per riempire il cielo di maiale arrosto.
anche loro non trovano qualcosa ma hanno
tutte le mutande al loro posto.
è un quadro orribile
ma è una storia bellissima


(da L’inverso ritrovato, Lietocolle 2003)

Nessun commento:

Posta un commento