Antonella Anedda (Roma, 1955)



Antonella Anedda (Anedda-Angioy) è poeta e saggista. Si è laureata in storia dell´arte moderna e ottenuto la borsa di studio di Alta cultura presso la Fondazione Cini. Ha insegnato presso l´Università di Siena-Arezzo e presso il Master di Anglistica dell´Università La Sapienza di Roma. Ha pubblicato i volumi di poesia: "Residenze invernali" (1992) e "Notti di pace occidentale" (1999) "Il catalogo della gioia" (Donzelli) e nel 2007. "Dal balcone del corpo" (Mondadori, 2007) ha ottenuto numerosi riconoscimenti tra cui il premio Napoli con cui è stato eletto libro dell´anno. Tra i volumi di saggi: "Cosa sono gli anni", (Fazi 1997) "La luce delle cose", (Feltrinelli 2000) La lingua disadorna(2001) "Come solitudine" (Donzelli, 2003) e il recente La vita dei dettagli (Donzelli, 2009). Le sue traduzioni da poeti classici e moderni sono raccolte nel volume "Nomi distanti" (Empiria,Roma, 1998). Ha inoltre tradotto e curato il volume "Appunti per una semina", antologia di poesie e prose di Philippe Jaccottet (Roma, 1994) e sempre di Philippe Jaccottet "La parola Russia" (Roma, 2003). Tra i volumi curati: l´edizione del romanzo "Villette" di Charlotte Bronte e nel 2010 l´edizione della filosofa sufi iraniana Malek Jan Nemati: "La vita non è breve, ma il nostro tempo è limitato". Sempre nel 2010 ha curato con Emmanuela Tandello ed Elisa Biagini le prose di "Antropologia dell´acqua" di Ann Carson.
I suoi libri sono tradotti in numerose lingue ed è presente in numerose antologie.  Recenti la traduzione spagnola del volume "Residencias invernales" traduzione di Emilio Coco con introduzione di Amelia Rosselli,  un´antologia in Francia "Nuits de paix occidentale, suivi de La lumière des choses" (L´Escampette) traduzione di Jean-Baptiste Para) e la versione tedesca di" Dal balcone del corpo", (Litteratureverlag Ronald Hoffmann) con traduzione di Annette Kopetzki). Dal 2011 tiene la rubrica "Isole" sulla rivista on-line Doppiozero.


Poesie




Vi chiedo coraggio, sognate
con la dignità diegli esuli
e non con il rancore dei malati
cancellando la visione dei muri e della neve
trasformando l’ombra dei fiocchi
e la sagoma scura dei gabbiani
con l’animo teso dei marinai
che ammutoliscono al sollevarsi dell’onda
e pregano
raccolti nel cesto del vento.

Un filo d’acqua scende nel lavabo
il ghiaccio riga le finestre
ed è difficile pensare al soffio marino
e l’urtare dei carrelli
e il fischio di sirena mattutino
non contemplano nessun eroismo.
Eppure, distesi sulla misteriosa rotta dei letti
noi siamo nello stesso splendore
della marea che si placa
vicinissimi al nodo che l’acqua finalmente distende.

La nave salpa e cammina
ed è un quieto santuario.


***


Ora è solo pioggia che benedice la strada
e nell’acqua che trema quasi una luce redenta da seguire.
Sarà una piccola distanza dal fulgore.
Dal forno dove il cibo si innalza
alle nuvole brune
tutto appena diverso dalla vita di sempre:
uno scarto nel gesto che depone i piatti per la sera
una luce nella crepa del muro
schiusa verso terre di pace.
Fuoco di cedro lungo i bordi del campo.
Così vedremo i volti degli assenti
le iniziali dei nomi travolte dai lapilli
nessun dolore ma il moto delle mani
che allontanano il fumo
e notte tra la notte: una fessura.

da “Notti di pace occidentale”, Donzelli, Roma 1999


***

Siedi davanti alla finestra

Guarda, ma accetta la disperazione:
c’è verità nella luna che sale
eppure non si alza a scudo sul dolore
si traduce -
come ho appena tradotto il libro aperto verso il muro -
semplicemente unisce il tavolo al pensiero
in un’attesa che arde ma non spiega
e tormenta ogni foglio dentro l’aria
con musica di abeti, luci ostili.

***


Vedo dal buio
come dal più radioso dei balconi.
Il corpo è la scure: si abbatte sulla luce
scostandola in silenzio
fino al varco più nudo -al nero
di un tempo che compone
nello spazio battuto dai miei piedi
una terra lentissima
- promessa.

***

C’è una finestra nella notte
con due sagome scure addormentate
brune come gli uccelli
il cui corpo indietreggia contro il cielo.
Scrivo con pazienza
all’eternità non credo
la lentezza mi viene dal silenzio
e da una libertà - invisibile -
che il Continente non conosce
l’isola di un pensiero che mi spinge
a restringere il tempo
a dargli spazio
inventando per quella lingua il suo deserto.
La parola si spacca come legno
come un legno crepita di lato
per metà fuoco
per metà abbandono.



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