Bruno Lugano (Viareggio, 1943)


Autobiografia

Sono nato a Viareggio il 20/02/1941.
Mia madre era venuta lì da Lucca perché papà l'aveva sbattuta fuori di casa per colpa mia.
Fui dato a balia alla famiglia di un netturbino siciliano e vissi i primi due o tre anni di vita dividendo il lettone con le loro sette bambine.
Non ricordo nulla ma deve essere stato il tempo più bello della mia vita.
So che mi volevano bene. Ero il maschio che desideravano: lo chiamavo papà. Ho partecipato alla seconda guerra mondiale che avevo due anni: un giorno a Lido di Camaiore ci fermarono i tedeschi perché avevamo del sale sul carretto.
Ricordi riportati a me dal mio papà anni dopo.
A tre anni mia madre mi mise all'infanzia abbandonata di Viareggio in cambio di un bell'altare di marmo pagato dalla signora presso cui era la servizio saltuariamente.
A undici anni passai alla colonia agricola di Mutigliano. Uscito a 19 anni.
A venti anni due anni in Australia a fare di tutto.
Ora ho settant'anni tondi tondi.
Come tutti ne ho passate tante ma mi à parso di aver vissuto poco.
Quando attacco a parlare non finisco più; ma di me malgrado parli sempre di me, non saprei dire granché.
Ho cercato di evitare responsabilità ma non gli entusiasmi perché avevo nervi fragili e presunzione divina.
Ho due figli. Vivo solo da dieci anni. Sono pensionato, un po' del vecchio biblico che mi aspettavo.
Passeggio, cucino, sopporto depressioni stupide e meno stupide, e faccio solo quello che fa apparire un po' di anima.
Non cerco nessuno, nemmeno il dottore.
Appena me la sento prego. Se ho un po' di forza mi viene la poesia.
Vado a letto presto, se ho ancora forza prego e cerco di addormentarmi.

Non sono tutto qui. Anche se vorrei essere tutto qui.


Poesie

1.
Un po’ non ho saputo
Ma molto non ho potuto
Dimostrare gran che
Mi sarebbe piaciuto gareggiare in sensibilità
Fare a gara a sorpassarsi in delicatezza
Ma è andata così
Quando avrei potuto non ci sono riuscito
Anche se non costava quasi nulla
Quando non potevo ci sarei riuscito

Anche fosse costato tutto quanto.


2.
Amo la severità del primo vento dell’autunno.
Porta l’esile scompiglio dei primi lampi di solitudine,
E la gratitudine più impercettibile sceglie subito dio. 
Mi sento maturo in ogni parte del cuore.
Possiedo piccoli granai dove cresce il mio affetto.
Possiedo tristezze comuni impreziosite da qualche lacrima,
E da qualche sorriso più o meno riassuntivo.
Sto sulla terra con leggerezza sicura.
Nessun lamento disturba il muoversi del mio corpo.
Sono un uomo buono per una valle gentile.
Amo solo la pietà leggera dei campi,
L’incontro coi sentieri un po’ dimenticati,
Con la rassegnazione felice dei paesaggi.
Si può morire dopo essere stati ospiti della sera
Che ospita i primi soffi gia freddi del vento,
che ancora ascolta la pena degli ultimi grilli nascosti,
mentre intorno le nuvole schierano la prima minacci.
  

3.
A sera, l’ansia di dover dare qualcosa di speciale,
dopo le sublimazioni invisibili del giorno, mi fa malissimo.
Un panico vergognoso insidia principi sacri e intoccati.
Le mie ragnatele hanno sloggiato il candore del ragno
carico di immaginazioni che vengono dai lamenti,
e dalla tenerezza perduta,
dall’urgenza dell’abbraccio che stordisce i pianti,
dalla pigrizia affettiva dopo le ondate di talento del desiderio.


4.
Un sentiero di salti internato tra le lucertole
fino alla mia gola di sensi stuprati.
Ti chiederai: da dove viene
questo periferico agglomerato di tristezze!
Dalle acque adescate tra le nebbie scomode del destino
da ambizioni intristite che continuano a tentarmi.
E chi sarai tu?
Un ricordo sognato che mi ha lasciato una traccia
una molla sfuggita alla passione sospesa
una voce che ha parlato sempre a sè stessa.
Mi voleva il vento per vezzeggiare le sue nuvole
ma seguirò solo la morte per impersonare il riposo.

5.
Mi hai lasciato d'estate, per fortuna!
C'erano le foglie degli alberi,
la luce mi sovrastava.
Mi hai lasciato drogato di zuccheri incomprensibili.
Che fortuna quel dolore quasi dimenticato!
Ho potuto rivedere il dolore vero.
La paura di essere indifeso e povero.
L'ansia delle solitudini passate si è fatta chiara.
I sospiri hanno singhiozzato tutti insieme in me.
Finalmente il sangue è naufragato nella sua ebollizione.
Vorrei essere degno di ciò che sento nel dolore.
Ma subito ritrovo il ritmo viziato,
l'intelligenza sensuale,
il dolore ricomposto facilmente da sospiri meno violenti.
E sembra audacia andare contro le serietà intraviste.
I sospiri compagni del dolore,
li ritrovo rammolliti nei sospiri amici della ragione.
Ma mi sospira oscenamente un male elementare,
avido della mia struttura finale.
E' tutto un cadere e volare di angeli che partono dai miei occhi,
che fabbricano ingenuità ardite e vergognose.
Purtroppo non riesco a serbare niente del dolore.

Torno a sentirmi affascinante!

6,
28/05/2015 ore 13.57.35

La bellezza di certe dolci malinconie 

è che fanno fluire i pensieri come un buon vino di una buona annata.

Tutto quello che è liquido e dorato come un buon Whisky
.
Quando non si sa più dove andare a pescare una consolazione qualsiasi

ecco che appare quella bella tristezza
che sembra un premio tutto meritato e inaspettato.


Il salmo ben progettato di una religione che non sai da dove viene.

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