Sergio Serraiotto (Bassano del Grappa, 1965)


POESIE

MA DAI!


Sto bene
perché
ho imparato a bastarmi. 


Sembra poco,
ma è tutto qua.

***
PICCOLI SOGNI


Sogni corti,
da bambini. 

Chi il calciatore,
chi il benzinaio,
chi aveva già guardato il cielo 

e sognava oltre.

Io che sognavo
soltanto aquiloni
ora vendo
sbuffi di vento.


***
L'AGO DELLA BILANCIA


Ricordo il cortile dei giochi

tra le lenzuola
bianche di bucato


ricordo l'odore dell'acqua
e dell'olio di lino

che impregnava i capelli


ricordo te che li pettinavi –
prima i miei, dopo i tuoi


ricordo il viaggio

che tu chiamasti fuga

e io chiamai vendetta


ricordo com'era difficile

trattenere la voce

nell'inquietudine tra le mie gambe



l'uomo che ora ti dorme accanto

ha il sonno pesante,

l'alito pesante,
l'umore pesante

ma,
se sul piatto della bilancia

metto la mia tristezza,

l'ago pende dalla mia parte.

(dal libro IL PESO DEL PARADISO)


Il peso del Paradiso - prefazione di Guido Cupani

Ai giorni nostri la poesia è per lo più un oggetto atipico, da maneggiare con cura. I versi, così pare, vanno introdotti, commentati, spiegati, recensiti; hanno bisogno di condimento per risultare appetibili, e anche così non si fanno leggere che da pochi, per lo più poeti a loro volta. C’è un misto di fraintendimento e di mutua intesa, dietro questo stato di cose, fra addetti ai lavori e non. È innegabile che la poesia sia altra cosa rispetto alle forme quotidiane di espressione: motivo di fascino, certo, ma anche pretesto per quella linea di demarcazione fra la “nicchia” e il “resto del mondo” che a ben vedere fa il gioco di entrambe le parti. Chi coltiva la poesia gode il senso di un’appartenenza; chi non la coltiva ha una buona scusa per non farsi mettere in discussione, ancora oggi, dal potere dirompente della parola.
     Ma i poeti sanno che la demarcazione è inutile e pretestuosa. In molti lavorano per rimuoverla, con mezzi e atteggiamenti diversi. Sergio Serraiotto è senza dubbio uno di questi. Nel suo libro di esordio, Il negozio delle lacrime usate (Samuele Editore, Pordenone 2012), si può già apprezzare una rara capacità di scavalcare il confine fra poetico e quotidiano, senza per questo negare ai versi la necessaria virtù di forma. Serraiotto è per una poesia dell’intelligenza: una poesia che accosta ambiti diversi di esperienza e produce per sfregamento, come la lana sull’ambra, quell’elettricità che fa del testo una cosa viva. La ricerca sul suono e sul linguaggio è secondaria rispetto a questa ricerca sul senso, che riesce così bene da rendere meno necessario il tradizionale apparato meta-testuale. Al centro stanno i versi: puri, immediatamente accessibili.
     Gli intenti che abbiamo descritto trovano conferma in questo nuovo lavoro di Serraiotto, Il peso del Paradiso: raccolta, fin dal titolo, più corposa e ponderata; frutto evidente di un lavorio incessante su sé stesso: Fossi morto a vent'anni / non so se ora avrei potuto scrivere / nell'innocenza da braghe corte
 / dell'unico amore,
 / con le stesse parole dove / in ogni verso / vive lo spirito l
ibero dello stupore (Poeti). È attraverso l’esperienza del “peso" che attingiamo al “Paradiso” dell’innocenza, sembra dirci l'autore. E il contrasto è ravvivato ad ogni pagina: non risolto, ma sfruttato, come si diceva poco fa, per produrre elettricità.
     Sarebbe bello, prendendo esempio dal cinema, introdurre i testi con un semplice trailer di citazioni, che da sole invoglierebbero alla lettura più di qualunque analisi; ma così facendo si perderebbe il senso di unità del volume. Il peso del Paradiso è come uno di quei pendii montani su cui si inerpicano e si incrociano numerosi viottoli, in salita e in discesa: non esiste un percorso prestabilito, e l’assenza di recinti (come potrebbero essere gli intervalli fra una sezione e l’altra) ispirano a girovagare. Daremo solo qualche indicazione, come le bandierine disegnate sui sassi lungo il sentiero.

Dammi salita, / pensieri pesanti e fatica, dice appunto il poeta (Pensieri in salita), rivolto a un tu che è l’interlocutore incessante e segreto di quasi tutte le poesie. Il cammino non può essere agevole; deve passare, dicevamo, attraverso l’accettazione del peso. Primo fra tutti, quello di una storia d’amore finita: Il melograno caduto a terra / semina rubini sul pavimento […] che te ne farai di un pavimento sporco 
/ e di un uomo vinto? (Rosso croce). Gravità e caduta; necessità di trovare un equilibrio, che l’immediatezza del tono non potrebbe esprimere meglio: lascia tutto e tienimi strette le mani / altrimenti casco (Altrimenti casco); ma per rialzarsi, dice il poeta, occorre rinunciare a qualsiasi senso di compiutezza, rifugiarsi in questa imperfezione del caso […] fino alla prossima scadenza (L’amore a ore). Proprio per questo il tono è sempre lieve, anche nella disperazione: e non è raro che una poesia si chiuda con un guizzo ironico, del quale si vorrebbe quasi sorridere, come in L’ago della bilancia: l'uomo che ora ti dorme accanto
 / ha il sonno pesante,
 / l'alito pesante, / l'umore pesante // ma, / se sul piatto della bilancia
 / metto la mia tristezza, / l'ago pende dalla mia parte.
     Il bilancio sentimentale si espande naturalmente in un più ampio bilancio esistenziale. Lo sguardo del poeta si riflette nelle diverse forme dell’altro: un anziano colto mentre chiede l’ora su una banchina di stazione (A chi importa? / 
 Di te si può far senza. 
 // Anche il vento ti scherza da dietro 
[…] e gli ultimi capelli s'alzano dritti
 / a rincorrerlo [Un vecchio]); l’immagine di una ragazzina eternamente seduta su una panchina del parco, nelle profondità del ricordo (Le sue mani
 si sono consumate
 / a lisciare la gonna. / 
 Ancora aspetta 
il tempo / che lui le aveva promesso [A.]); un gruppo di amici che tira amaramente le somme dopo un funerale («Spriz?» / 
 «Ma sì», / «...va in mona», / «'ndemo,
tanto la giornata è persa.» / 
 «E Marco?» / 
 «Tasi, poareto, male male, a ramengo» [A ramengo]: unica, significativa “intrusione” del dialetto nella lingua letteraria); o ancora, agghiacciante, l’immagine di un lavoratore “suicidato” dalla crisi in Nessuno per il momento, di fronte a cui un vecchio in bicicletta (simbolo di chi assiste e non interviene) zittisce e si toglie il cappello / senza rallentare. Il bilancio è destabilizzante. Ma è pur sempre all’io che si deve tornare dopo questa esplorazione dell’altro, portando con sé la continua minaccia del mondo esterno (Sono Sergio, / Sergio nella bottiglia, 
/ gettate un sasso, / chi la rompe – vince. [Sergio nella bottiglia]). Quale conciliazione è mai possibile, quando la parola basta, […] sale gelida alle labbra (Infinito piccolo)? Ancora una volta, la risposta è in un precario equilibrio di opposti: si tratta di accettare l’incompletezza, di voltarla in contentezza, nel senso etimologico dello stare contenuti in sé. [H]o imparato a bastarmi. 
// Sembra poco, / ma è tutto qua, conclude il poeta, in Ma dai!, con folgorante efficacia.
     È ammirevole come fra i vari sentieri che percorrono l’opera, accanto a quelli di andamento intimistico, se ne stenda anche uno diagonale e impervio, solo apparentemente sconnesso dagli altri: è il sentiero della storia pubblica, che affonda un’estremità nella ferita della Grande Guerra (Quota 1331, Monte Grappa), si snoda attraverso l’orrore della Shoah (La casa delle bambole) e raggiunge infine le più recenti tragedie (McGaza, News today). È in questi pezzi che la delicata ironia dell’autore, sempre rispettosa dell’oggetto e tesa piuttosto a pungere la coscienza del lettore, vince la sua sfida più ardua. In Quota 1331, la vicenda del soldato Peter Pan, proprietario del loculo 107, / vista nuvole, / sul Monte Grappa, morto ventunenne appena un secondo prima / della fine della guerra, è rivissuta, per naturale contiguità geografica in un autore bassanese, come una storia di famiglia. A cent’anni di distanza, il poeta guarda al giovane caduto come a un figlio; l’ammiccare continuo al romanzo di Sir J.M. Barrie basta appena a mascherare un’intensa partecipazione emotiva: Sai volare Peter Pan? / Adesso sì. La stessa delicatezza, capace di voltare un dolore particolare in riflessione universale, attraverso il coinvolgimento dell'io rende altrettanto convincente la meditazione (non priva di amaro sarcasmo) sui conflitti contemporanei. La belva dentro noi ha sempre fame (News today): ovvero, nihil sub sole novi; non fosse per la commercializzazione del dolore, ulteriore abbrutimento che permette alla granata che ha fatto scempio / questa mattina al mercato […]
 schizzando ketchup sulla carne di rendere nuovamente appetitoso il panino sul tabellone pubblicitario di una nota catena di fast food.
     Dov'è dunque il Paradiso? Nella leggerezza del dettato, certo, ma non solo. L’innocenza esiste; va cercata con cura. L’esempio più lampante è Sofia e la neve, lieve intermezzo che traduce in sinestesia (parole / sussurrate dagli occhi) il candore della figlia, pari solo a quello del manto nevoso. È qui che il poeta vuole condurci. [H]o raschiato,
  / limato,
 / smussato / tutti gli zeri
 che mi cerchiavano,
 […] ora i miei numeri 
cominciano / da una virgola // 

 virgola te (Zero virgola). Una serenità parziale, ma non ingannevole. E il percorso può ricominciare, come da un provvisorio punto d’arrivo: tornando sui propri passi, o imboccando un nuovo sentiero.

L’elettricità di cui abbiamo parlato è cosa che va sperimentata e difficilmente si spiega. In Serraiotto, scaturisce da un uso ampio della metafora, che lungi dall'aver esaurito le sue potenzialità sale, si potrebbe dire, a un livello superiore. Oltre ad accostare oggetti e idee, il poeta accosta parole e strutture, creando quella stratificazione di senso che eleva il testo oltre la semplice immediatezza. Si noti ad esempio l’uso appropriato delle virgolette in Continua tu (noi – / ‘labbra’, ‘lingua’ e ‘saliva’ / ‘deriva’ / ‘fuoco’ / ‘esigenza’) e in Migrant mother (Alla fine bastava aspettare / per vendere i “mai” / e regalare i “sempre”): il gioco dei significati è spostato sul piano dei significanti; impercettibilmente, il poeta ci fa intendere il rischio di manipolare le cose attraverso i loro nomi. Il punto chiave, però, è quell’impercettibilmente: non c’è smania di esibizione, né sforzo compiaciuto. Una combinazione di istinto e di cura compositiva fa sì che la voce suoni sempre naturale, anche quando si lascia rapire dal gusto per le immagini (le nuvole appoggiate alle montagne / aspettano che le mogli ritirino i panni 
/ e poi piangono assieme [No domani]; Il saluto mattutino / è rimasto impigliato / allo stipite della porta / di camera nostra [Scollegate]) o si allontana da una pura consequenzialità logica, come nell’aereo episodio di Caterina non correre.

     A dispetto della gravità, Il peso del Paradiso è poesia che soccorre, che viene incontro. Poesia che si legge volentieri e che si impara a memoria, per poterla gustare anche in un secondo momento. O, potremmo dire, semplicemente poesia.

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