Luigi Socci (Siena, 1959)


Certi rovesci

Il vento aspira l’aria, non la soffia
e lascia i corpi sparsi sottovuoto.

La foglia rimbalza in cima all’albero
la primavera retrocede a gambero.

La pagina si sbianca
l’inchiostro è risalito nella penna.
(bel risparmio)

Il fumo scende nella sigaretta
tornata intatta
come mamma l’ha fatta.
Fumo di meno e ho il pacchetto pieno.
(tutta salute)

E il morso che rinsalda ogni boccone.
La merda a riavvitarsi su nel culo.

dora è arod maria airam
paola sarebbe aloap alla rovescia
ma anna all’incontrario è sempre anna

Rovescio del dolore il suo discuore.
Allegri! Oggi si muore.



Il viaggiatore ignoto

Accappatoi fregati negli alberghi
saponi con i peli appiccicati
sfoghi d’acne da treno:
segni inequivocabili di viaggio
più o meno.

L’avviso ai naviganti era criptato.
Era evidente il posto era sbagliato.

Scelte per punto fermo
come riferimento
stelle cadenti e vento.

Era evidente il posto era sbagliato
col cane che non solo
non riconosce ma persino
staccare dal polpaccio è complicato.

Era evidente
il posto era sbagliato:
tizi mai visti
spazi ridotti, pieni di rischi.
non ho
amici con divani come questi.

Come in una morale
senza l’ombra di fiaba
era evidente io stesso ero sbagliato,
andato a finire
e tornato.





S.Lorenzo (notte di)

Stella non stella stella con la colla.
Un brusio di bugie dai cieli gelidi.
Astro senza disastro
stimolo e impedimento all’astrazione.
Credo che non cadranno.
Certo non con le buone.

Non vogliono saperne eppure è agosto.
Il buio al punto giusto.

Una stilla di latte
trasuda dai ginocchi, un rigirio
di parti basse un torcersi
di testicoli tortili barocchi.
Specchi delle mie brame rotti.
Freno a ogni fremito degli occhi.

È tempo di succhiare
il sangue alle zanzare
di riporre le voglie
al chiodo chiuse a chiave.
Un filo con un nodo
d’erba mi lega al suolo.



Toccami

Toccami
con una canna aguzza
toccami con i guanti
di gomma per i piatti.

Toccami, che ti tocca,
non sono cacca, tocca.

Se prima non mi tocchi
non so più andare via.
Tocca che non s’attacca
la mia, di malattia.



Di proprio pugno

Mi scrivo una tua lettera
finché dura la mano
finché mi regge il pugno, finché stringe
finché so l’italiano.
Come consolazione o per rivalsa
mi scrivo una tua lettera
falsa.

Mi scrivo di mio pugno
(la grafia non è mia)
senza fare la brutta
copia, senza bisogno
di sprecare saliva
per chiudere o affrancare.
Mi scrivo una tua lettera.

Poi te la faccio firmare.

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