Sara Comuzzo (Udine, 1988)


Il peso

Se non compaio nelle foto è perché sono quella
che le scatta, quella che scappa.

La lotta tra me e le stagioni.

Puoi passare l’anno a contare le foglie che cadono.
Oppure osservare le persone allontanarsi come pezzi di domino
staccati e riconnessi,
poi riposti nella scatola.

Ci appoggiamo alle nuvole, nella nostra leggerezza,
colpevoli solo di non avere calcolato bene il peso.

È una primavera che fatica ad uscire,
un po’ come le nostre parole, le scuse,
le cose che cambiano.
Viverti è un divieto senza pene,
la sottile linea tra le labbra
che non si capisce se sia sbocciata
per ridere
o respirare.

*
Aragoste

Cosa ne sanno i bambini del nostro dolore
quando l’unico problema è una palla bucata?

Non rimane che ascoltare le urla delle aragoste,
guardare l’acqua della pentola tingersi arancione.
Voler chiedere loro se si innervosiscono
poco prima di essere bollite.


*
(da Siamo sopravvissuti a un altro inverno)

È inverno

Teniamoci al caldo.
Non importa se non mi ricordi.
Vediamoci di più o non vediamoci mai.
Sempre troppo impegnati a bere
e a fare in modo nessuno si accorga
quanto siamo ubriachi.

Trovi quello che trovi non quello che cerchi.

Quando ci apriranno le vene ne uscirà birra,
per annaffiare miliardi di Central Park
tutti sparpagliati all’interno dei nostri mondi emozionali.
Scambiamoci abbracci
attraverso i cappotti:
è inverno.

Conservami come fiori di un battesimo,
non di un funerale.

Senza essere puliti

Musica da ogni stanza.
Stomachi vuoti.
Mia madre suona violini,
ma solo quando sogna.
Dà concerti lunghissimi.
Mozart e Beethoven
così commossi.

Alla tv notizia: un’altra bomba;
chiesa in cui si arrestano credenti.
Un amuleto per lavare strade.
Siamo sporchi, non è colpa di nessuno

è solo che non riusciamo a essere puliti.

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